SINDROME DA DEMOTIVAZIONE
Sindrome psicosociale indotta dall'abuso prolungato di marijuana indipendentemente dalla sua via di somministrazione.
SNC.
In Italia: ignote. 15-35 anni. Non preponderanza di sesso.
Singolo polimorfismo nucleotidico all'interno del gene che codifica per l'idrolasi dell'amide degli acidi grassi, il maggiore enzima catabolico degli endocannabinoidi.
Incidenza e prevalenza in Italia: il picco storico di utilizzo si riferisce negli USA alla fine degli anni settanta in cui il 60% degli studenti frequentanti gli ultimi anni della scuola superiore riportavano di aver usato la marijuana mentre l'11% dichiarava di farlo quotidianamente. In Italia.
La pianta cannabis è stata coltivata per centinaia di anni sia per la produzione di fibre di canapa sia per le presunte proprietà medicinali e psicoattive.
Il fumo derivante dalla combustione di canapa contiene molte sostanze chimiche, tra cui sono stati 61 diversi cannabinoidi. Uno di questi, il delta-9-tetraidrocannabinolo, produce la maggior parte dei caratteristici effetti farmacologici della marijuana.
Gli effetti farmacologici del delta-THC variano in dipendenza della dose, della via di somministrazione, dell'esperienza dell'utilizzatore, della vulnerabilità agli effetti psicoattivi e delle condizioni d'utilizzo.
L'intossicazione da marijuana produce una sintomatologia caratterizzata da cambiamenti dell'umore, nella percezione, e nella motivazione anche se gli effetti desiderati sono lo stato di euforia definito 'high' e un senso di allegria definito 'mellowing out'.
Lo stato di 'high' viene descritto come differente da quello indotto da stimolanti e da oppiacei.
Gli effetti variano con la dose ma il tipico fumatore sperimenta un 'high' che può protrarsi per due ore. Durante questo periodo vi e' compromissione delle funzioni cognitive e di percezione, del tempo di reazione, della memoria e dell'apprendimento. È stato riportato che la compromissione del comportamento coordinato e bilanciato persistono per parecchie ore.
La marijuana comporta anche complessi effetti comportamentali. Alcuni utilizzatori riportano che nel corso dell''high' da marijuana un aumentato piacere sessuale e un superiore senso di consapevolezza di sé, questi effetti non sono stati confermati.
Panico, allucinazioni e psicosi acuta sono stati riportati come esperienza episodica nel 50-60% almeno dei casi. Tali effetti vengono sperimentati soprattutto nelle assunzioni di alte dosi di marijuana per via orale, in quanto il fumo permette di regolare la dose in base agli effetti ottenuti. Mentre non esiste un’evidenza convincente che la marijuana produca una sindrome simile alla schizofrenia di lunga durata, esistono invece numerose evidenze cliniche secondo le quali il suo uso può, in individui con storia di schizofrenia, precipitare la ricomparsa della sintomatologia.
I recetttori CB1 accoppiati alla proteina G per i cannabinoidi sono distribuiti abbondantemente nei nuclei della base e nelle regioni corticali e sono implicati nell'abuso dei cannabinoidi e nella dipendenza. Al contrario di altri neurotrasmettitori, gli endocannabinoidi funzionano come messaggeri inversi in molte sinapsi centrali. Vengono rilasciati dai neuroni postsinaptici e attivano i recettori CB1 sui terminali presinaptici, inibendo il release dei neurotrasmettitori. I ligandi naturali dei recettori CB1 (anandamide, 2-arachidonilglicerolo e l'etere della noladina) hanno un'azione più breve rispetto ai cannabinoidi sintetici o derivati dalle piante. Agonisti e antagonisti selettivi sono in via di sviluppo per scopi medici.
Sono stati infine descritti molti effetti medicinali della marijuana. Questi comprendono effetti antinausea, miorilassanti, anticonvulsivanti e di riduzione della pressione intraoculare per il trattamento del glaucoma. Queste azioni terapeutiche sono accompagnate dagli effetti psicoattivi che spesso modificano le normali attività. Pertanto per ognuna di queste indicazioni non esiste un chiaro vantaggio dell'uso della marijuana rispetto al trattamento convenzionale.
La tossicodipendenza intesa come condotta finalizzata alla ricerca e all’assunzione compulsiva di sostanze stupefacenti e/o ad alto potenziale tossicomanigeno indipendentemente dalle gravi conseguenze che ciò comporta. Tali sostanze in genere producono uno stato mentale piacevole (euforia nella fase iniziale dell'assunzione) oppure un sollievo dallo stress.
Un’assunzione continuativa invece provoca una serie di modificazioni adattive del Sistema Nervoso Centrale che portano a tolleranza, dipendenza fisica, sensibilizzazione, craving e tendenza a ricadere nell'abuso.
L'Associazione Psichiatrica Americana definisce la presenza di una dipendenza da sostanze, che presuppone la presenza di almeno tre dei seguenti criteri:
- craving (formalmente, dipendenza psicologica), dipendenza fisica,
- priming (riassunzione di una sostanza di cui si è precedentemente fatto abuso),
- ricaduta (riassunzione dopo un periodo di astinenza),
- ricompensa (uno stimolo che il cervello interpreta come intrinsecamente positivo in relazione all'attivazione dei circuiti dopaminergici del reward),
- sensibilizzazione (comparsa di un incremento dell'effetto atteso alla riassunzione della stessa sostanza d'abuso.
La sensibilizzazione alle sostanze è alla base dei meccanismi neurobiologici del craving e della ricaduta), abuso di sostanze (presenza di conseguenze avverse ricorrenti e clinicamente significative legate all'abuso di sostanze quali il fallimento nel conseguimento dei comuni obblighi legati al ruolo svolto nella società, l'incorrere in problemi di tipo legale e l'abuso di sostanze nonostante l'incorrere in una serie di problemi sociali ed interpersonali), dipendenza da sostanze (ovvero una costellazione di sintomi di tipo cognitivo, comportamentale e fisiologici che indicano che l'individuo sta continuando ad abusare di sostanze nonostante la presenza di problemi clinici legati all'abuso.
Per la diagnosi di dipendenza da sostanza, è necessario che siano presenti almeno tre dei seguenti elementi: sintomi di tolleranza, sintomi da astinenza, l'uso di una sostanza in grandi quantità o per periodi più lunghi di quanto desiderato, la presenza di un desiderio persistente o i ripetuti fallimenti nel tentativo di interrompere l'abuso, l'utilizzo di considerevoli quantità di tempo negli sforzi di ottenere la sostanza, una riduzione considerevole del tempo dedicato ad attività sociali, occupazionali, ricreazionali per l'uso di sostanze e il continuo abuso di sostanze nonostante la comparsa di seri problemi di salute, sociali ed economici), sindrome d'astinenza (un insieme di sintomi che segue l'improvvisa interruzione o della ridotta assunzione di sostanze o dopo il blocco dell'azione delle stesse attraverso l'uso di antagonisti. I sintomi tendono ad essere opposti a quelli provocati dalla sostanza dopo una breve esposizione. L'astinenza è una delle cause della ricerca ed assunzione compulsiva di sostanze e ricaduta dopo a breve termine.
La tolleranza alla maggior parte degli effetti della marijuana si stabilisce rapidamente anche solo poche dosi, ma altrettanto rapidamente scompare. Sintomi e segni da astinenza di solito non sono di riscontro clinico frequente. Infatti relativamente pochi pazienti richiedeono trattamento per tossicodipendenza da marijuana. Utilizzatori compulsivi o regolari non appaiono motivati dalla paura di sintomi di astinenza, sebbene questo aspetto non sia stato studiato sistematicamente.
Uno degli effetti più controversi alla marijuana è la sindrome da demotivazione ovvero una diagnosi non ufficialmente riconosciuta, ma utilizzata per descrivere giovani che si allontanano da attività sociali e mostrano poco interesse nella scuola, nel lavoro e in altre attività finalizzate.
Quando l'uso abbondante di marijuana si associa a questi sintomi, la droga viene citata come causa, anche se non esistono dati che dimostrino una relazione causale tra il fumo di marijuana e queste modificazioni comportamentali.
Non esiste un’evidenza sperimentale che l'uso di marijuana danneggi le cellule cerebrali o produca alcun cambiamento funzionale, anche se dati da animali di laboratorio dimostrano una compromissione dell'apprendimento del labirinto, che può mantenersi per settimane dopo la somministrazione dell'ultima dose.
Sintomatologia reversibile dopo sospensione dell’abuso nell’arco di un tempo varabile.
Clinica esclusivamente.
Laboratoristica.
Tossicologico su siero/urine per il THC. Anatomia patologica e procedure diagnostiche: nessuna.
Nessuno. Endoscopia non prevista.
Nessun trattamento specifico.
Nessuna.
Nessuna.
L'abuso e la tossicodipendenza da marijuana non hanno trattamenti specifici.
I grossi utilizzatori possono lamentare depressione e quindi possono rispondere agli antidepressivi, ma questo dovrebbe essere deciso su base individuale, considerando la severità dei sintomi affettivi, dopo che gli effetti della marijuana sono scomparsi.
Depressione.
292.89 Altri disturbi mentali specificati indotti da sostanze.