Aviaria - cosa c'è da sapere
Un virus instabile
Riserve naturali dei diversi sottotipi di virus dell'influenza aviaria sono le anatre selvatiche, identificate come fonte di contagio per il pollame da allevamento, (polli e tacchini), particolarmente suscettibile alla malattia. Nei Paesi asiatici, un ruolo preminente alla diffusione del virus è stato identificato nella vendita di pollame vivo ai mercati. Inoltre, i virus si possono trasmettere da azienda ad azienda tramite i mezzi meccanici, gli attrezzi e strumenti contaminati, le macchine, i mangimi, le gabbie, o perfino gli indumenti degli operatori.
I virus di bassa patogenicità possono, dopo aver circolato anche per brevi periodi in una popolazione di pollame, mutare in virus altamente patogenici. Per esempio, secondo quanto riportato dall'Oms, nel corso dell'epidemia del 1983-1984 negli Stati Uniti, il virus H5N2 inizialmente causò bassa mortalità ma divenne poi, nei sei mesi successivi, altamente patogenico, con una mortalità vicina al 90%. Per controllare l'epidemia, in quel caso, fu necessario abbattere più di 17 milioni di uccelli, per un costo totale di quasi 65 milioni di dollari.
Si conoscono almeno quindici sottotipi di virus influenzali che infettano gli uccelli, anche se tutte le epidemie di influenza altamente patogenica sono state causate da virus di tipo A dei sottotipi H5 e H7. I virus del sottotipo H9 sono solitamente a bassa patogenicità. A seconda del tipo di proteina combinata con il virus (da N1 a N9), il virus acquisisce una denominazione diversa (H5N1, H7N2 ecc).
Tutti i virus influenzali di tipo A sono noti per l'instabilità genetica, in quanto sono soggetti a numerose mutazioni durante la replicazione del Dna e sono privi di meccanismi di correzione. Il fenomeno, definito di “deriva genetica”, genera cambiamenti nella composizione antigenica di questi virus. Una delle attività principali della sorveglianza influenzale è quindi quella dedicata al monitoraggio di questi cambiamenti, condizione di base per la scelta di una appropriata composizione vaccinale. Inoltre, i virus di tipo A possono andare incontro a riassortimenti del proprio materiale genetico, secondo un processo definito di “shift genetico”, che fa sì che vengano prodotti nuovi sottotipi virali diversi da quelli parentali, e capaci quindi di indurre la malattia anche in soggetti che siano stati preventivamente vaccinati contro i ceppi parentali.
Rischio di contagio per l’uomo
Dall’inizio della presente epidemia nelle zone del Sud-est asiatico, che ha preso il via nel corso del 2003, l’Oms ha lanciato un allarme a tutte le istituzioni internazionali a cooperare per attuare piani e azioni preventive per ridurre il rischio di passaggio all’uomo del virus aviario. Condizione essenziale perché virus che normalmente sono ospitati da animali diventino patogenici per l’uomo è che nel processo di riassortimento acquisiscano geni provenienti da virus umani, che li rendano quindi facilmente trasmissibili da persona a persona. I casi di influenza aviaria su uomo registrati nel corso del 2003 e 2004 sono invece casi di trasferimento diretto da pollame infetto a persone.
Dei 15 sottotipi di virus aviari, H5N1 circolante dal 1997, è stato identificato come il più preoccupante proprio per la sua capacità di mutare rapidamente e di acquisire geni da virus che infettano altre specie animali. Gli uccelli che sopravvivono a H5N1 lo rilasciano per un periodo di almeno 10 giorni.
Dall’inizio del 2003, H5N1 ha effettuato una serie di salti di specie, acquisendo la capacità di contagiare anche gatti e topi, trasformandosi quindi in un problema di salute pubblica ben più preoccupante. La capacità del virus di infettare i maiali è nota da tempo, e quindi la promiscuità di esseri umani, maiali e pollame è notoriamente considerata un fattore di rischio elevato.
Nelle epidemie recenti, a partire dal 2003, è stata documentata la capacità di questo virus di contagiare direttamente anche gli esseri umani, causando forme acute di influenza che in molti casi hanno portato a morte. Il rischio principale, che fa temere l’avvento di una nuova pandemia dopo le tre che si sono verificate nel corso del XX secolo (1918, 1957, 1968), è che la compresenza del virus aviario con quello dell’influenza umana, in una persona infettata da entrambi, faciliti la ricombinazione di H5N1 e lo renda capace di trasmettersi nella popolazione umana.
Il 1 settembre 2005, la Fao ha pubblicato un bollettino di aggiornamento sulla situazione di diffusione del virus nella regione asiatica fino al suo ritrovamento in Europa. Il bollettino Fao traccia anche un possibile modello di diffusione del virus tramite le anitre selvatiche e definisce una serie di scenari possibili per l’immediato futuro.
La storia delle epidemie di influenza aviaria è molto lunga e ben documentata. Tuttavia, la prima volta che il virus ha contagiato gli esseri umani, per passaggio diretto da pollame vivo infetto, è stato a Hong Kong nel 1997. In quell'occasione, il ceppo H5N1 indusse malattie respiratorie acute in 18 persone, di cui 6 morirono. La tempestiva eliminazione di un milione e mezzo di uccelli scongiurò, secondo gli epidemiologi, il rischio di una pandemia.
Nel febbraio 2003 il virus H5N1 ha fatto nuovamente la sua comparsa, facendo ammalare due persone e uccidendone una terza tra i membri di una famiglia di Hong Kong recentemente rientrata da un viaggio nel sud della Cina. Dalla metà del 2003, l'influenza aviaria si è diffusa tra il pollame di almeno otto paesi asiatici, uccidendo anche un centinaio di persone. Nello stesso periodo, febbraio 2003, un'epidemia di influenza H7N7 altamente patogenica è scoppiata tra il pollame in Olanda, causando la morte di un veterinario e una malattia meno grave in 83 persone. Dal 2003, il virus H5N1 è endemico nelle regioni asiatiche tra la popolazione avicola. Più di cento milioni di polli sono stati uccisi. Il virus si è trasferito anche alla popolazione di uccelli selvatici e nel corso del 2005 è stato isolato anche nelle regioni degli Urali, alle porte dell’Europa. Secondo la Fao, è presumibile che il virus arriverà nelle regioni europee entro il 2006.
L'epidemia che ha preso il via nel 2003 genera particolare preoccupazione perché l'accresciuta diffusione del virus e la sua capacità di infettare anche altre specie di mammiferi, accertata in Tailandia nel febbraio 2004, e la diffusione, tramite uccelli migratori, fino alle porte dell’Europa, aumenta le probabilità di mutazione e quindi quelle di una trasmissione diretta da persona a persona.
Le dimensioni dell'epidemia in corso sono particolarmente preoccupanti, anche sotto il profilo della sicurezza alimentare dei paesi coinvolti, oltre che quello della sanità pubblica. Secondo i dati aggiornati a fine estate 2005, sono circa 110 milioni gli uccelli uccisi nella regione del Sudest asiatico. Un rapporto pubblicato dalla Fao nell’aprile 2005 ha analizzato tutte le epidemie in corso nella stessa regione tra il gennaio 2003 e il febbraio 2005: 3095 in totale, 13 in Cambogia, 50 in Cina, 169 in Indonesia, 5 in Giappone, 19 nella repubblica di Corea, 45 nel Laos, 10 in Malesia, 1064 in Tailandia e 1764 in Vietnam.
Cifre indicative del potenziale devastante impatto della malattia sull'economia locale. Per dare un'idea del danno economico, basta pensare che in Tailandia le esportazioni di pollame nel 2003 corrispondevano a circa il 7 per cento del mercato di pollame globale, per un valore di circa 1 miliardo di dollari.
Nell’agosto 2005, due articoli pubblicati sulle riviste Nature e Science hanno fornito modelli matematici per prevedere la diffusione del virus, nel caso di contagio uomo a uomo, in un paese come la Tailandia e in un’altra regione del Sudest asiatico. Questi modelli dovrebbero servire come base per lo sviluppo di forme di contenimento efficaci a limitare il rischio pandemico.
Ultimo aggiornamento venerdi 20 giugno 2008
Per controllare la diffusione della malattia ed evitare la cronicizzazione del virus nelle popolazioni avicole, è necessario adottare una serie di misure standard di controllo. I virus altamente patogenici, infatti, sono in grado di sopravvivere anche per lunghi periodi nell'ambiente, soprattutto alle basse temperature. Senza un controllo efficace, quindi, la malattia può facilmente diffondersi generando un'epidemia.
Il virus aviario ha contagiato popolazioni di uccelli selvatici migratori ed è arrivato nel corso della primavera 2005 nella regione degli Urali. Secondo la Fao, che ha lanciato un allarme a fine agosto 2005, per la diffusione del virus nella regione europea è solo questione di tempo.
Considerando dannosa per l'equilibrio degli ecosistemi e la produzione agricola la distruzione indiscriminata degli uccelli selvatici, la Fao richiama a una maggiore attenzione sui traffici illeciti di uccelli selvatici e al contempo a migliorare le infrastrutture veterinarie adottando una serie di misure di sicurezza e sorveglianza sugli allevamenti e sugli spostamenti di pollame.
In particolare, un sistema di sorveglianza deve essere messo a punto a livello regionale, in stretta collaborazione tra epidemiologi e veterinari, per identificare i primissimi segnali della presenza della malattia in un allevamento. Misure previste, in Italia, dall’ordinanza di polizia veterinaria approvata dal ministero della Salute nell’agosto 2005. A questo proposito, EpiCentro ospita anche una nota di Ugo Santucci, dirigente veterinario del ministero della Salute.
Successivamente, la distruzione del pollame d'allevamento, la disinfezione dei locali, il controllo di tutti i mercati dove possa essere stato venduto inconsapevolmente pollame infetto, misure di quarantena ed eventualmente campagne di vaccinazione preventiva degli allevamenti vicini sono necessarie per controllare la malattia, riducendone le aree di diffusione e garantendo ampie zone franche.
Data la necessità di controllare l'epidemia nei primi quattro mesi dalla comparsa, per evitarne la cronicizzazione in una zona, il sistema deve essere organizzato e operativo, anche per quanto riguarda il flusso informativo e la capacità di monitoraggio e di diagnosi precoce, in tempi di non emergenza.
Allarme pandemia umana: i piani di prevenzione
Il virus H5N1 potrebbe diventare infettivo all’interno della popolazione umana. Secondo gli epidemiologi, ci sono una serie di elementi che rendono H5N1 il candidato favorito per una prossima pandemia: il virus è infatti molto aggressivo tra le popolazioni aviarie, si è diffuso ed è permanente nelle regioni asiatiche ma ha raggiunto anche la regione europea grazie alle migrazioni di stormi di uccelli. Inoltre, in tutte le precedenti pandemie influenzali il virus è sempre stato di origine aviaria.
Per queste ragioni l’Oms, in collaborazione con tutte le altre istituzioni internazionali e con i ministeri della salute e i governi nazionali, ha messo a punto un piano pandemico e ha pubblicato una serie di documenti utili alla programmazione e alla prevenzione.
In Italia, il piano pandemico nazionale è stato pubblicato in una prima versione nel 2002. Una seconda versione, più aggiornata, è prevista a breve.
Il piano pandemico prevede una serie di azioni:
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sorveglianza epidemiologica capillare sul territorio per la segnalazione dei casi sospetti di influenza aviaria nell’uomo
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vaccinazione di massa con il vaccino dell’influenza umana, per ridurre il rischio di co-infezione tra virus aviari e dell’influenza umana, e quindi abbassare la probabilità di mutazione del virus aviario
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messa a punto di misure di isolamento da attuare nel caso di segnalazione di casi sospetti
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stockpiling di farmaci antivirali, per il trattamento dei primi casi sospetti e dei loro contatti
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sviluppo di vaccini ad hoc contro il virus aviario
Ultimo aggiornamento venerdi 3 luglio 2009
In seguito all’allarme destato dalla diffusione dell’influenza aviaria sostenuta dal virus H5N1, che dal Sud-est asiatico negli ultimi mesi è comparsa in Mongolia, Siberia e Russia, dove ha colpito sia uccelli selvatici che allevamenti di uccelli domestici, la comunità europea ha valutato la possibilità di prendere provvedimenti sanitari per la tutela della salute pubblica e della sanità animale. La commissione ha richiesto agli Stati membri d’intensificare i controlli e si sono concordati diversi interventi, tra cui una rassegna dei piani d’emergenza e controlli più severi volti a garantire che vengano pienamente applicati i provvedimenti in vigore, soprattutto quelli riguardanti i divieti d’importazione. Un divieto generalizzato di allevare all’aperto volatili da cortile non è tuttavia stato ritenuto commisurato all’attuale rischio di contagio da uccelli migratori.
Il ministero della Salute, prendendo atto della situazione internazionale e considerando la situazione della produzione avicola nazionale, ha ritenuto opportuno intervenire con l’ordinanza ministeriale del 26 agosto 2005, riguardo le misure da prendere in materia di malattie infettive e diffusive dei volatili da cortile. L’ordinanza ha tre punti di rilievo, che mirano alla tutela della salute pubblica attraverso una garanzia più rigorosa di rintracciabilità dei prodotti avicoli e di controllo degli animali. Il primo punto riguarda la registrazione delle aziende e degli allevamenti, che consente l’identificazione dei produttori e la costituzione di un’anagrafe nazionale degli allevamenti avicoli. Il secondo punto riguarda il controllo dei movimenti di volatili vivi e misure di quarantena associate, al fine di ridurre al minimo il rischio di introduzione in allevamento di animali infetti o portatori di malattie. Il terzo punto riguarda i dati da fornire attraverso l’etichetta da apporre sulle carni avicole fresche. In base alle nuove disposizioni vengono fornite informazioni più dettagliate riguardo la provenienza degli animali, gli stabilimenti di macellazione e lavorazione delle carni, al fine di garantire la rintracciabilità ed evitare l’introduzione di prodotti avicoli da aree a rischio.
Nonostante le oggettive difficoltà che l’entrata in vigore dell’ordinanza porrà per le attività produttive del comparto avicolo, per il quale sono già in vigore disposizioni in materia di biosicurezza degli allevamenti avicoli (nota del ministero della Salute, 23 settembre 2002) e sorveglianza sia sugli uccelli domestici che selvatici nelle aree a maggior rischio (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna), si ripropone l’esigenza di avere informazioni sugli allevamenti e sui prodotti avicoli, al fine di poter garantire la loro origine e l’esecuzione dei controlli sanitari. In particolare, la registrazione delle aziende avicole risulta di rilevante importanza per poter identificare gli insediamenti produttivi sul territorio nazionale e avere così la possibilità di effettuare sorveglianza e definire strategie di intervento, valutando i fattori di rischio legati alla densità delle aziende avicole e alla possibilità di contatto con volatili selvatici.
Il ministero della Salute è comunque all’opera per definire le modalità applicative dell’ordinanza, al fine di garantire la tutela della salute pubblica e delle produzioni avicole, mantenendo alto il livello di allarme verso la possibile minaccia di introduzione del virus influenzale dai Paesi in cui è in corso l’epidemia.
Ultimo aggiornamento venerdi 20 giugno 2008